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31/12/2008 - Roma

Lo confesso, ho curato la nutrizione assistita in decine di casi Englaro

Sono un professore dell` Università di Roma La Sapienza, tra i primi in Italia e nel mondo a occuparmi di nutrizione artificiale. Devo confessare di aver dedicato la mia vita a questo tipo di trattamento e di aver trattato almeno quattomila pazienti a lungo termine. Nella quasi totalità dei casi queste cure sono state fatte a domicilio con la collaborazione della famiglia del paziente. La metà di questi pazienti era in condizioni di vita quasi vegetativa e io li ho fatti sopravvivere per anni a una morte che era quasi certa fin dall`inizio.

Per farvi capire, si trattava di migliaia di casi Englaro che io ho messo in trattamento con nutrizione artificiale e che poi ho curato personalmente, senza capire quello che stavo facendo. Perché mi rendo conto oggi, viste le considerazioni espresse da autorevoli scienziati ed esperti di etica sul caso Englaro, che questa pratica è criminale: ho allungato colpevolmente le sofferenze di uomini e donne senza alcun motivo, visto che la speranza di un recupero era quasi nulla. Sono stato un aguzzino e li ho fatti soffrire inutilmente.

Come scusante, ho il fatto che la "pessima" università dove ho studiato e dove ora insegno mi aveva inculcato il concetto che il compito del medico è quello di difendere la vita, nei limiti del possibile. Invece apprendo che questo concetto, valido ai tempi di Ippocrate, oggi deve essere rivisto. Anzi, prossimamente il giuramento di Ippocrate conterrà una "postilla Englaro" che lo adeguerà ai tempi nuovi. Altra mia scusante è il fatto che le migliaia di parenti di pazienti, miei complici in questo misfatto e che mi hanno aiutato a mandare avanti la nutrizione artificiale, mai mi hanno fatto notare l`enormità di quello che stavamo facendo. Anzi, mi pregavano di prolungare le sofferenze dei loro, ed erano così sadici da piangere - probabilmente di rabbia - tutte le volte che ne moriva qualcuno.

Sempre a mia scusante, posso portare il fatto che non ho visto mai l`ombra di una sofferenza in questi pazienti, che mi sembravano incoscienti al punto da non avvertire quasi lo stimolo dell`introduzione di un ago per la flebo. Ma illustri scienziati dicono che questi pazienti soffrono moltissimo. Ho una sola perplessità: non ho mai visto uno solo di questi illustri scienziati al capezzale di uno dei miei pazienti. Ma forse li hanno visti altrove, oppure sono scienziati così illustri che non hanno neanche la necessità di vedere e toccare le cose.

C`è un`altra stranezza: i parenti dei miei pazienti, che li curano personalmente e a casa loro da molti anni (29 pazienti sopravvivono da più di dieci anni) giurano che non li vedono soffrire. Invece il papà della Englaro, che per molti anni ha scelto di far curare la sua figliola in una clinica e da altri, la vede soffrire atrocemente. Bisognerebbe meditare su questo punto e forse gli illustri scienziati potrebbero illuminarci. Comunque sia, dobbiamo ringraziare il caso Englaro perché finalmente, in una società veramente moderna, si parla di "vita degna di essere vissuta". Anche qui sto imparando delle cose che non immaginavo neppure.

Ho visto almeno quindicimila pazienti nella mia - adesso criminale - pratica della nutrizione artificiale e molti di essi avevano una qualità di vita molto scadente: ferite aperte, tumori dolorosi, paralisi incredibili. Molti non potevano parlare e molti di quelli che parlavano non sapevano dire cose sensate. Ma quelli che parlavano e potevano ragionare, pur vivendo in quelle condizioni, non mi hanno mai fatto sapere che intendevano rinunciare a vivere. Anzi, mi stimolavano a farli vivere ancora, cosa che io, colpevolmente, ho fatto sempre. Capisco adesso che avrei dovuto negare il mio aiuto e avrei dovuto spiegare loro che non ha significato vivere certi tipi di vita.

Da oggi, illuminato dal caso Englaro, dirò a tutti i parenti dei miei pazienti che il tempo speso a farli sopravvivere è tempo perso e che il loro sforzo di farli vivere, il rinunciare da anni a ogni vacanza, lo spendere soldi per medicine, il passare i giorni e le notti a quel capezzale è il frutto di menti malate, probabilmente sadiche. Farebbero bene ad andare da uno psicologo, come ho deciso anche io di fare da oggi. Mi sembra anzi strano che, leggendo del caso Englaro, tutti questi parenti non siano venuti, numerosi, al Policlinico Umberto I° per protestare e accusarmi del tragico errore in cui li ho indotti.

Gianfranco Cappello



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